Marta SORDI
Quegli incontri nella casa del senatore
tratto da: 30 Giorni, anno XIV, marzo 1996, p. 76-78.

Pietro e i primi cristiani nel regno dell'imperatore Claudio


L'allontanamento di Pietro da Gerusalemme è registrato dagli Atti degli apostoli (12,17), dopo la miracolosa liberazione dell'apostolo dalla prigionia di Erode Agrippa I, con un laconico «uscito, se ne andò in un altro luogo». Agrippa I morì nel 44 e questo è il terminus ante quem per la partenza di Pietro dalla Palestina; la data del 42 per l'arrivo a Roma si trova nella traduzione latina di Gerolamo del Chronicon di Eusebio (p. 179 ed. Helm). Ma le testimonianze più importanti, riferite dallo stesso Eusebio nella sua Storia Ecclesiastica, sono quelle di Papia di Gerapoli (vissuto fra l'ultimo quarto del I secolo e la prima metà del II), di Clemente di Alessandria e di Ireneo, ambedue della seconda metà del II secolo. Tutte queste testimonianze affermano che Pietro predicò pubblicamente a Roma all'inizio del regno di Claudio e che i suoi ascoltatori chiesero a Marco di mettere per iscritto l'insegnamento che avevano ascoltato a voce.

La predicazione pubblica di Pietro


Secondo le fonti cristiane del II secolo quindi, la decisione di Marco di scrivere il suo Vangelo era venuta dalla richiesta degli ascoltatori romani di Pietro al tempo di Claudio: in un frammento latino delle Ipotiposi (fr. 9 Staehlin) Clemente di Alessandria spiegava anzi che tra questi ascoltatori c'erano «cesariani e cavalieri». Romani dunque di rango elevato e dell'ambiente della corte. Un ricordo dei rapporti avuti in Roma da Pietro con ambienti romani elevati è rimasto negli Atti apocrifi di Pietro, che appartengono alla fine del II secolo e che, pure in mezzo a particolari evidentemente leggendari, insistono sulla presenza di Pietro in case di senatori (Marcello cap. VIII; Nicostrato cap. XXVIII). Prescindendo dalla leggenda, mi sembra che una conferma di questi rapporti possa dedursi da una notizia di Tacito (Annales XIII, 32), che colloca il mutamento di vita di Pomponia Graecina (incriminata nel 57 per superstitio externa cioè, con ogni probabilità, per cristianesimo), proprio nel 42-43 e presenta, come motivazione ufficiale di questo mutamento, il lutto per l'uccisione della nipote di Tiberio, Giulia figlia di Druso, dolo Messalinae. Sposata ad Aulo Plazio, generale di Claudio, Pomponia apparteneva ad una famiglia che sin dal tempo di Livia era vicinissima alla corte.


Pietro e la corte imperiale

Fin dai primi tempi dell'impero di Claudio il cristianesimo ebbe a Roma accoglienza e diffusione non solo negli ambienti giudaici, ma anche in certe famiglie dell'aristocrazia romana. In effetti la comunità a cui qualche anno dopo Paolo si rivolge nella lettera ai Romani è una comunità composita, in cui sono certamente presenti cristiani provenienti dal giudaismo e cristiani provenienti dal paganesimo.

Il capitolo 16 della lettera ai Romani distingue nei saluti almeno cinque gruppi di cristiani, quelli che probabilmente si riunivano nelle diverse «chiese domestiche». Colpisce fra gli altri l'accenno agli schiavi e ai liberti di Aristobulo, figlio di Erode di Calcide, che nel 54, al momento della morte di Claudio, fu inviato da Nerone a governare la piccola Armenia, (Flavio Giuseppe, Bellum Iudaicum II,13,252), e a «quelli della casa di Narcisso che sono nel Signore» (Rm 16, 11), cioè gli schiavi e i liberti del celebre Narcisso, liberto e collaboratore di Claudio, morto poco dopo di lui, sempre nel 54. La presenza nella comunità cristiana di Roma di cesariani e di personaggi vicini alla corte è confermata del resto anche dai saluti dei cristiani «della casa di Cesare», trasmessi ai Filippesi da Paolo al tempo della sua prima prigionia romana, nella lettera a questi indirizzata (Fil 4,22). Non c'è dubbio, quindi, che conversioni collegate alla predicazione «pubblica» di Pietro ci furono anche all'interno degli ambienti «ufficiali», tra gli schiavi e i liberti imperiali (che al tempo di Claudio erano spesso più influenti degli stessi senatori) e nelle famiglie dell'aristocrazia senatoria ed equestre, nelle cui domus la prima comunità della Chiesa di Roma trovava ospitalità. Ma l'accoglienza che il cristianesimo ebbe a Roma fin dall'inizio in ambienti ufficiali tra schiavi e liberti imperiali, ma anche, a quanto sembra dal caso di Pomponia Graecina, tra personaggi dell'aristocrazia romana senatoria ed equestre, merita un ulteriore approfondimento.

La diffusione del cristianesimo nelle classi alte


Secondo una notizia di Tertulliano (Apol. V,2) a torto ritenuta un'invenzione dell'apologetica cristiana, l'imperatore Tiberio nel 35 aveva proposto al Senato di riconoscere il culto di Cristo come lecito, ma il Senato aveva respinto la sua proposta. Tuttavia Tiberio non si limitò a neutralizzare con il suo voto le eventuali conseguenze negative del senatoconsulto. Come risulta da una notizia di Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche XVIII,95), l'imperatore incaricò il legato di Siria, Vitellio, di deporre Caifa, assicurando così la pace ai cristiani in Giudea, Galilea e Samaria (At 9, 31). Nel 43, Vitellio, che per conto di Tiberio aveva avuto modo di occuparsi dei cristiani, era console ordinario a fianco dell'imperatore Claudio. Si è visto che uno degli ospiti romani di Pietro, secondo gli Atti apocrifi, fu Marcello; e Marcello è il nome dell'amico di Vitellio da lui lasciato a Gerusalemme, secondo Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche XVIII,89) per sostituire Pilato: la coincidenza potrebbe non essere casuale. Il ruolo avuto da Vitellio e dai suoi amici nei riguardi dei cristiani al tempo di Tiberio potrebbe spiegare l'interesse che la predicazione di Pietro a Roma suscitò in una parte della classe dirigente romana nel 42-43; non sorprende quindi che siano stati proprio questi ambienti a chiedere che fossero messe per iscritto le parole che avevano ascoltato. L'effetto di questa maggiore conoscenza fu quello di indicare ai governatori provinciali, in Giudea come nella diaspora, l'atteggiamento che dovevano assumere nei riguardi dei cristiani. Così a Corinto nel 51 col proconsole Gallione, a Efeso nel 52-53, durante il tumulto degli argentieri, in Giudea nel 54 e poi nel 55 con i procuratori Felice e Porzio Festo, i Romani apparvero decisi nell'evitare persecuzioni anticristiane. Questo atteggiamento fu mantenuto sino al 62, al momento della svolta decisiva della politica neroniana.

Il carattere della prima comunità petrina

Riuniti per la celebrazione dell'eucarestia nelle case che i nobili convertiti e i liberti imperiali avevano messo a disposizione, i cristiani di Roma, di cui Paolo, prima del suo arrivo, loda nella lettera ai Romani la fede «nota in tutto il mondo» (1, 8), si comportavano con molta riservatezza nella loro propaganda religiosa. Questo spiega la dichiarazione dei notabili giudei di Roma, al tempo del primo incontro con Paolo (At 28, 17) e la loro richiesta di informazioni su una «setta», di cui sapevano che «dovunque», ma non a Roma, suscitava contrasti all'interno del giudaismo. Questo spiega anche, a mio avviso, l'assenza di conseguenze che ebbe per i cristiani l'espulsione da Roma decisa da Claudio per i giudei nel 49, ma permette anche di comprendere la frase di Paolo nella lettera ai Filippesi (I, 12-14), secondo cui solo con il suo arrivo e la sua prigionia la predicazione cristiana aveva acquistato a Roma ardire e slancio.

L'impronta dell'esperienza di Pietro


Il carattere della comunità di Roma sembra corrispondere a quello che sappiamo del carattere petrino: Pietro era stato il primo secondo gli Atti degli apostoli (10,1) a battezzare dei gentili, nell'episodio del centurione Cornelio (anteriore al 42) e sarà ancora Pietro, al tempo del cosiddetto concilio di Gerusalemme, verso il 49, a prendere per primo la parola per impedire che si imponessero ai gentili convertiti al cristianesimo la circoncisione e le pratiche giudaiche (At 15,7). Tuttavia, dopo le decisioni di Gerusalemme, recandosi ad Antiochia (Gal 2,10) si era comportato in maniera che Paolo aveva giudicato contraddittoria: finché non erano stati presenti gli inviati di Giacomo, Pietro aveva pranzato liberamente con i gentili; quando quelli erano venuti si era appartato, per timore di quei cristiani che provenivano dalla circoncisione. Quello che Paolo giudicò timore e rispetto umano fu probabilmente volontà di evitare scontri: il comportamento di Pietro rivelava che egli era ben consapevole che «Dio, conoscitore dei cuori, aveva reso testimonianza ai gentili dando ad essi lo Spirito come a noi» (At 15, 8) e che lui stesso (Pietro) era stato scelto affinché, attraverso di lui, «i pagani ascoltassero la parola del Vangelo e venissero alla fede» (At 15, 7), con un evidente ricordo non solo, forse, dell'episodio di Cornelio, ma anche, a mio avviso, della sua prima predicazione romana. Un comportamento analogo a quello adottato verso gli ebrei sembra essere stato tenuto, nella primitiva comunità petrina di Roma, con i pagani: è il comportamento di Pomponia Graccina, così coraggiosa da sfidare l'ira di Messalina e suscitare l'ammirazione di Tacito, ma così riservata nella sua professione di fede da coprire per quarant'anni la sua conversione al cristianesimo con la motivazione ufficiale del lutto per la morte di un'amica.